Undicesima edizione del viaggio in mountain bike e gravel tra Austria e Slovenia: da Villach al Klopeinersee, attraversando la Slovenia per raggiungere Graz.

Sabato 19 luglio
Ore, giorni, settimane trascorse a inseguire il nostro compagno di viaggio ideale: un itinerario possibile. Dopo telefonate agli enti del turismo, mappe aperte come vele in salotto, piattaforme web consultate fino allo sfinimento, eccoci finalmente pronti con il nostro undicesimo MTB tour.
Ogni estate, quando mi ritrovo con Daniele per scegliere quale regione alpina attraversare, il progetto si trasforma come una nuvola in vento: piste ciclabili, sentieri, strutture ricettive spuntano all’improvviso e cambiano le carte in tavola. È il bello di questi viaggi: ogni territorio ha le sue sorprese. Anche questa volta non fa eccezione.
Per l’estate 2025 la scelta è di quelle che fanno brillare gli occhi. Quello che sto per raccontare è un viaggio in bicicletta che ci ha regalato emozioni intense e l’ennesimo, irrimediabile innamoramento per i luoghi attraversati.
La mattina del sabato, puntualissimi, lasciamo le nostre case in direzione Austria. Il tragitto in auto fino a Villach, in Carinzia, è insolitamente breve rispetto ai nostri standard. In meno di due ore siamo a Tarvisio e, per aggiungere un pizzico d’incoscienza al viaggio, decidiamo di evitare il pedaggio autostradale austriaco passando per il valico sloveno del Wurzenpass.
Azzardo non proprio ben ripagato: più traffico del previsto e un pullman che arranca verso il passo costringendoci a rinunciare a qualsiasi speranza di arrivare in fretta. Pazienza. Il viaggio comincia anche così, nei rallentamenti.
A Villach lasciamo l’auto in un parcheggio alberato. In pochi minuti le biciclette prendono forma, bagagli e attrezzatura trovano posto, e dopo un rapido controllo dei freni e delle borse siamo in sella. Il viaggio inizia davvero!
Usciamo dalla città per intercettare la ciclabile della Drava, seguendo fiduciosi la traccia caricata sul Garmin. La pista ci guida prima attraverso un parco, poi in un bosco dove lo sterrato si fa più insidioso, con tratti rocciosi che cominciano a salire. Qualcosa non torna. Daniele si ferma, osserva il GPS e capisco dal suo sguardo rassegnato, misto a divertimento, che siamo all’opposto della direzione prevista. La traccia è sbagliata. Torniamo indietro di due chilometri.
Nessuna imprecazione, qualche battuta. Per noi uscire da una città senza sbagliare strada è ancora un sogno irraggiungibile.
Finalmente, dopo otto chilometri, raggiungiamo la ciclabile della Drava. La strada costeggia il grande fiume fino al viadotto della Süd Autobahn A11, che attraversiamo per portarci sulla riva destra.
La giornata è limpida; corriamo veloci accanto a un fiume che custodisce tutta la maestosità degli affluenti del Danubio. In silenzio osserviamo il paesaggio e le montagne carinziane che si distendono intorno a noi, mentre in lontananza le vette slovene sembrano richiamarci come sentinelle di confine. Conveniamo che, sì, la scelta non poteva essere migliore.
È sabato: ciclisti e podisti affollano la pista. C’è un’aria di week-end leggero, quel ritmo lento che si respira vicino ai fiumi.
Nei pressi di un ponte che risale verso la strada principale, la ciclabile corre più in basso, protetta da una barriera con vista sull’acqua.
Superiamo una ciclista che ci saluta con naturalezza; poco dopo ci raggiunge mentre siamo fermi a scattare qualche foto. Parla in italiano, ha un sorriso contagioso e ci chiede dove siamo diretti.
Si chiama Alexandra, vive a Villach e lavora per una grande impresa di costruzioni. Oggi, dice, ha deciso di pedalare fino a casa di un’amica che non vede da tempo. Quando sente delle nostre avventure in Baviera, Austria, Slovenia e Croazia, si illumina e ci propone una deviazione: «Venite, voglio farvi vedere un’ansa della Drava dove di solito i ciclisti non passano».
Accettiamo volentieri. La seguiamo per qualche chilometro, poi entriamo in un bosco fluviale che sembra custodire una propria legge di silenzi e fruscii. L’ansa del fiume è un piccolo paradiso fuori rotta: uccelli che cinguettano invisibili e il lento scorrere della Drava, largo e placido, come una grande arteria verde.
Allunghiamo il percorso, è vero, ma ne vale la pena.
Quando Alexandra ci saluta e torna indietro, noi proseguiamo per un sentiero che sale deciso.
Dopo pochi metri ci arrendiamo: meglio affrontare la salita a stomaco pieno e approfittiamo di una panchina strategicamente piazzata all’inizio della salita. Ci sediamo all’ombra e mentre mangiamo un panino portato da casa, osserviamo la meraviglia che ci circonda.
Siamo nella Valle Rosental, un ampio corridoio verde dove campi coltivati con cura, prati e foreste abbracciano il fiume, mentre sullo sfondo le cime frastagliate delle Caravanche disegnano una cornice montana che ci accompagna per tutto il viaggio.
Riprendiamo la strada e fortunatamente la salita è breve: usciti dal bosco ci ritroviamo in un paesaggio fantastico. Fattorie isolate, piccoli capitelli religiosi e prati che seguono il su e giù delle colline.
Un ponte coperto passa sopra un torrente in secca che più avanti entra nella Drava: la giornata è calda e diverse famiglie hanno allestito dei barbecue sulle rive, da dove si sprigionano profumi di grigliate e arrivano musiche locali. Passiamo per l’abitato di Sant Osvald e ritroviamo il grande fiume che scorre lentamente alla nostra sinistra e quasi si ferma allargandosi a dismisura. C’è infatti una grande diga che alimenta una centrale idroelettrica.
La pista qui è curata, ampia e scorrevole: si pedala quasi sempre accanto all’acqua, nel silenzio della campagna, lasciandoci alle spalle il ritmo più indaffarato della città. Il fiume accompagna le ruote come un respiro costante. Guardo il ciclocomputer: abbiamo superato i cinquanta chilometri, il sole picchia forte e sono fradicio di sudore. Ho sete e le mie riserve di bevande energetiche sono ormai agli sgoccioli.
Ci fermiamo nei pressi di Unterschlossberg per riprendere fiato, ma non c’è traccia di fontane e comincio a sentirmi affaticato. Suggerisco a Daniele una deviazione verso Ferlach, antica città di armaioli e porta della Carinzia meridionale. Dopo alcuni chilometri arriviamo nella piccola frazione di Glainach: il minuscolo cimitero accanto alla chiesa ci regala un rubinetto d’acqua, provvidenziale, proprio all’ingresso.


Ripartiamo dopo pochi minuti e torniamo sulla ciclovia che corre diritta e pianeggiante lungo la Drava. È tutto perfetto per il cicloturismo, anche se a tratti monotono. Attraversiamo il fiume su un ponte, poi di nuovo sull’altra sponda passando su una diga, forse l’ultima della giornata. Il sentiero si allontana dall’acqua, entra nel bosco e, superata la strada principale, una lieve salita ci conduce verso Möchling.
Il caldo è opprimente. Pedaliamo sulla strada principale, qualche auto ci sorpassa, e gli sguardi dei passanti tradiscono una certa sorpresa: ciclisti in bikepacking non se ne vedono molti da queste parti. Ho di nuovo sete, la borraccia è vuota e comincio a sperare in una birreria lungo la strada. Mentre saliamo sull’asfalto rovente intravedo, sulla destra, l’insegna di una Gasthaus: una bicicletta stilizzata e un “benvenuti ciclisti” che suona come una promessa. C’è una breve salita sterrata per raggiungerla e la affrontiamo con entusiasmo, già pregustando la ricompensa. Ma arrivati nel piazzale scopriamo che è chiusa. Delusi e un po’ abbattuti torniamo indietro e riprendiamo la strada.
Non manca molto al Klopeiner See. Ci siamo ormai rassegnati all’idea di bere qualcosa solo una volta arrivati in hotel, quando il paesaggio comincia lentamente a cambiare: lievi dislivelli, boschi più fitti, aria diversa. A un bivio compare un’altra insegna che indica un gruppo di case e una trattoria aperta. Accanto, una piccola piscina dove un gruppo di bambini festeggia, tra schiamazzi e schizzi d’acqua.
Ci fermiamo. La sete ci ha davvero debilitati. Appoggiamo le biciclette ai tavolini all’esterno e ci sediamo. Ordiniamo due birre fresche a una ragazza che parla un ottimo inglese, mentre la padrona di casa ci osserva con aria perplessa, come se le nostre richieste arrivassero da molto lontano.
È un momento da assaporare. Manca poco alla fine della prima tappa e ce la prendiamo comoda. Dalla cucina arrivano profumi di aglio e spezie e proviamo a immaginare cosa ci aspetta per cena.
Ritroviamo energia e ripartiamo. Sono gli ultimi cinque chilometri e, quando compaiono i cartelli di benvenuto al Klopeiner See, ci immergiamo in un paesaggio idilliaco.
Sankt Kanzian è una cittadina elegante e luminosa, affacciata sul lago: i pontili si allungano sull’acqua, i bagnanti sono stesi al sole lungo le rive, immersi in una quiete quasi mediterranea.
Arrivati all’hotel lasciamo le biciclette in un garage poco distante indicatoci dallo staff. Il tempo di salire in camera e farci una doccia. La vista sul lago è magnifica e non possiamo rinunciare a un bagno nelle acque del Klopeiner See. Scendiamo sul pontile dell’hotel, dove ci aspettano lettini e ombrelloni, e finalmente ci rilassiamo.
Dopo 86 chilometri di bicicletta e oltre 500 metri di dislivello, non potevamo davvero trovare un posto migliore.

Domenica 20 luglio
Il sole che si specchia sul lago filtra tra le tende oscuranti della nostra camera. Abbiamo dormito benissimo e siamo riposati. È stata una splendida serata quella appena trascorsa: oltre alla passeggiata per il centro del paese, ricco di ristoranti, locali notturni e attrazioni per turisti, abbiamo avuto modo di gustare un piatto tipico della Carinzia in una trattoria poco fuori dal centro. Siamo davvero stupiti dalla bellezza di questo luogo che non conoscevamo, ma che ci ha riservato un’accoglienza memorabile.
Dopo aver fatto colazione a un tavolo con vista lago, ci apprestiamo a partire per il secondo giorno di viaggio, che ci porterà in Slovenia e successivamente in Stiria. Questa mattina ce la siamo presa comoda e partiamo alle nove e trenta. Pedaliamo sulla ciclabile che costeggia la parte meridionale del lago, attraversando diversi paesi, fino a raggiungere un viadotto che passa sopra la ferrovia e ci porta sulla strada verso la Slovenia. Da qui un’altra ciclabile corre parallela alla strada principale, immersa in un bosco, tra vari saliscendi, fino a raggiungere una strada pianeggiante tra le coltivazioni.
In lontananza vediamo la Wallfahrtskirche Heiligengrab, una chiesa che si erge sulla sommità di un piccolo colle, nascosta tra gli alberi e dominante sulla valle. Sarebbe bello fare una deviazione e provare a raggiungerla utilizzando un sentiero, ma non possiamo permetterci di perdere tempo e così proseguiamo.
Tra campi di mais e girasoli stiamo andando di nuovo verso la Drava. Daniele mi precede e, mentre mi attardo a scattare qualche foto, raggiungo il Jauntalbrücke, un viadotto ferroviario impressionante per la sua altezza.
Corro su un secondo livello al di sotto dei binari della nuova linea ferroviaria Koralmbahn: è incredibile l’abisso che si apre sotto di me dove scorre il fiume e, inconsciamente, mi ritrovo a rallentare per timore di cadere giù nell’orrido. Non vedo più il mio compagno di viaggio davanti a me e mi fermo.
Sono a 96 metri sopra il fiume, da solo, e temo di aver sbagliato strada. A quell’altezza il viaggio smette per un attimo di essere una linea sulla mappa e diventa una questione di fiducia: nel ponte, nelle gambe, e nel vuoto che scorre sotto.
Intimorito dall’altezza, provo un senso di vertigine e decido di tornare indietro per uscire dal viadotto, ripercorrendo la strada fino al bosco. Qui mi fermo e sento il telefono suonare: è Daniele che mi chiede dove sono finito.
Mi dice che la traccia indicava di svoltare a destra prima del viadotto, che lui l’ha seguita, mentre io sono andato diritto. Una volta raggiunto, un’altra sorpresa: il percorso prevede l’attraversamento di un torrente su un ponte sospeso, dove decine di persone stanno transitando e scattando foto per immortalare il momento. Siamo obbligati a scendere dalle biciclette e attraversarlo a piedi: è emozionante e questa rimarrà sicuramente una delle immagini da ricordare di questo viaggio. Scoprirò in seguito che ha una campata di 140 metri e supera la gola del Feistritzbachgraben con un dislivello di 60 metri.


Risaliti di nuovo in sella riprendiamo la strada verso il confine: corriamo veloci in discesa su una strada provinciale fino a scorgere una struttura avveniristica in cemento armato che ricorda l’uscita di un tunnel sospesa nel vuoto. È il Museo Liaunig, che ospita una collezione privata di arte contemporanea. Il paesaggio inizia a cambiare mentre affrontiamo leggere pendenze, lasciando il fiume alla nostra sinistra.
Cominciamo a discutere, non senza qualche timore, di ciò che ci aspetta prima di arrivare in Stiria. Forse è prematuro parlarne, visto che non abbiamo ancora raggiunto il confine e che l’ultimo borgo da attraversare, Bach, ci aspetta dopo una breve ma dura salita con pendenza al 12%, che ci costringe a fermarci per riprendere fiato al riparo in una rimessa di macchine agricole.
In certi momenti la strada sembra volerci misurare, più che accompagnare.
Qualche minuto di sosta e ripartiamo: finalmente, dopo quaranta chilometri dalla partenza, raggiungiamo il confine sloveno. Attraversiamo la vecchia dogana posta ai margini del paese di Libeliče e, come spesso accade, il paesaggio cambia.
Il villaggio appare meno curato, diversi edifici sembrano trascurati ed è evidente che questa zona non ha ancora vissuto il “rinascimento” che ha caratterizzato la Slovenia da quando non fa più parte dell’ex Jugoslavia.
Un po’ mi dispiace, perché la Slovenia che abbiamo conosciuto nei nostri viaggi più recenti ci è apparsa come un Paese vitale, in grande espansione, molto più simile all’Austria che ai Paesi dell’ex blocco sovietico. I confini, ancora una volta, non sono solo linee: lasciano segni visibili.
Pedaliamo veloci sulla strada che corre parallela alla Drava fino a raggiungere Dravograd, dove abbiamo intenzione di fermarci per una pausa. La cittadina si trova sull’altro lato del fiume e facciamo una deviazione per raggiungere il centro. È quasi tutto chiuso e ci accontentiamo di un piccolo bar pasticceria con tavolini all’aperto, dove diversi avventori stanno consumando dolci e sandwich. Non c’è molta scelta e ci accontentiamo di una fetta di torta e una Coca-Cola.
Due cicliste appena arrivate appoggiano le loro biciclette vicino a noi. Ci salutiamo con un cenno, mentre sistemiamo i bagagli che inevitabilmente si sono spostati, e poi risaliamo in sella. Bastano pochi gesti, tra ciclisti, per riconoscersi.
La traccia ci porta su una strada asfaltata senza pista ciclabile fino a Trbonje, dove imbocchiamo una strada sterrata che scorre in mezzo a una splendida foresta.
Si sale lentamente, ma non sento la fatica perché mi sto godendo la bellezza del bosco. C’è una pace incredibile: sentiamo solo qualche uccello e i rumori tipici dei boschi millenari. Qui la Slovenia conferma di essere il cuore verde d’Europa, un luogo che sembra fatto apposta per rallentare.
Usciti dal bosco rivediamo il fiume e, a Vuzenica, passiamo sulla riva sinistra per raggiungere velocemente Radlje ob Dravi, punto di partenza per salire al Radlpass, l’unica vera fatica della giornata. Ho atteso questo momento con una certa apprensione: dopo essermi documentato su dislivello e pendenze, sono un po’ intimorito. Daniele mi precede, io arranco dietro di lui e decido di affrontare la salita con calma.
Fa caldissimo, ci sono 34 gradi, e diverse auto e moto mi sorpassano velocemente senza rallentare, nonostante la presenza di un ciclista palesemente affaticato, con un bagaglio di dieci chili sul portapacchi. La mia pedalata è lenta e, con pendenze al 14%, sono spesso costretto ad alzarmi sui pedali.
Quando vedo uno spiazzo vicino all’ennesimo tornante mi fermo a riposare. Bevo quel che rimane nella borraccia, ma sono soddisfatto: nonostante la fatica, riesco a salire senza cedere.
Una volta ripartito manca ancora un chilometro e già pregusto l’arrivo al passo, dove si trova il confine tra Slovenia e Austria. Daniele mi sta aspettando vicino al bar della frontiera e, una volta raggiunto, ci scambiamo un sorriso complice. La Cima Coppi della giornata è conquistata: siamo in Stiria. Ora ci aspetta una lunga discesa fino a Eibiswald. Abbiamo voglia di correre e raggiungiamo velocità superiori ai cinquanta chilometri orari.
La strada è ampia e scorrevole, un piacere lasciarsi andare con il vento che rinfresca il corpo dopo la lunga salita.
Arrivati alla periferia del paese ci fermiamo in un supermercato per acquistare una bevanda energetica e proseguiamo in direzione di Brunn, seguendo la strada principale. Il paesaggio della Stiria meridionale è bellissimo: campi coltivati si alternano a piccoli paesi ai margini dei boschi.
Fiori colorati sui balconi abbelliscono le case, i giardini sono curati e c’è ordine e pulizia ovunque. È un piacere pedalare in una domenica d’estate attraverso questi luoghi su una ciclabile dal nome evocativo: Panoramaweg.
Entriamo in una strada in salita, infilata tra un gruppo di case silenziose. Una coppia di anziani ci osservano dal terrazzo di casa. Li saluto e chiedo se siamo sulla strada giusta per Schwanberg. Non capiscono l’inglese, ma la signora mi risponde in tedesco, indicando la direzione opposta, poi mi chiede se voglio riempire la borraccia. Accetto senza esitazione. In viaggio, l’acqua offerta è un gesto che vale più di una mappa.
Ripartiamo lungo la Kieferweg II. La strada sale con calma, accompagnata da campi e alberi isolati, finché davanti a noi compare un’antica dimora immersa in un parco. Ci fermiamo per qualche foto: l’arrivo non è lontano e possiamo permetterci una breve tregua.
Stiamo puntando a nord-ovest e, a Freidorf, il paesaggio si apre all’improvviso. La ciclabile corre accanto a un piccolo stagno, ai margini di una collina su cui la chiesa del paese domina la valle come un punto fermo. Ciclisti e pedoni passeggiano senza fretta in questo tardo pomeriggio d’estate. È l’ora in cui il giorno comincia a ritirarsi, lasciando spazio a una luce più morbida e indulgente.
Sono quasi le sette di sera quando raggiungiamo la piazza di Schwanberg, su cui si affacciano gli edifici principali della cittadina. È qui che passeremo la seconda notte in Austria. Anche oggi la strada ha fatto la sua parte: 106 chilometri percorsi e 1100 metri di dislivello.
Il corpo è stanco, ma non svuotato. È quella stanchezza buona che arriva quando il viaggio mantiene le promesse fatte al mattino.
Stanotte dormiremo in un hotel nel centro del paese. Chiediamo in inglese alla proprietaria dove possiamo cenare e lei, faticando a capirci, ci risponde in tedesco che c’è una trattoria sulla piazza. Siamo affamati, ma prima dobbiamo farci una doccia. Quando mancano dieci minuti alle otto siamo nella trattoria indicataci: chiediamo all’oste cosa possiamo mangiare, ma la risposta ci coglie impreparati: la cucina è chiusa. Restiamo spiazzati. Usciamo in cerca di un altro locale, ma il paese sembra essersi spento: è tutto chiuso.
Chiediamo informazioni a una signora che passeggia nella piazza ormai deserta. È di Vienna ed è sorpresa quanto noi. Prova a chiamare qualche ristorante trovato su Google, ma inutilmente: sembra che questa sera Schwanberg abbia deciso di non cucinare per nessuno.
Ritorniamo all’albergo, che peraltro si rivela essere un Gasthaus, chiuso anche quello, e citofoniamo all’abitazione dei proprietari spiegando la situazione. La signora ci guarda con un’espressione a metà tra l’impietosito e il divertito, poi ci fa una proposta: se ci accontentiamo di una Wienerschnitzel con patate fritte e una birra, ce la prepara lei.
Mai proposta fu più gradita. Accettiamo subito, ci accomodiamo ai tavoli del cortile interno e, mentre la signora riapre la cucina solo per noi, finalmente ci rilassiamo.
È stata una giornata lunga, con un finale inatteso, ma quando arrivano i piatti con la nostra cena non possiamo far altro che sorridere e ringraziare la gentilezza semplice e concreta di questa donna stiriana.

Lunedì 21 luglio
Ci svegliamo presto, con l’aria frizzante che entra dalla finestra. Dopo colazione sistemiamo i bagagli e montiamo le biciclette: l’ultima giornata ci porterà a Graz. L’itinerario è già definito e c’è una strana sensazione di sollievo mescolata a nostalgia. Due giorni di viaggio hanno lasciato il segno: le gambe ricordano le salite, gli occhi i panorami, e lo spirito un senso di leggerezza che solo la bicicletta sa regalare.
La prima tappa è il castello di Hollenegg, che sorge su una collina a pochi chilometri da Schwanberg. Lo raggiungiamo con non poca fatica, dopo un chilometro in salita con pendenze a tratti proibitive. Immerso nel parco e illuminato dai raggi del sole, si rivela in tutta la sua imponenza agli occhi di noi viaggiatori. Ci attardiamo nel parco, dove fiori di ogni specie e aiuole ben curate fanno bella mostra di sé. Peccato non poterlo visitare: dobbiamo proseguire, perché la città è ancora lontana.
Una volta scesi dal colle seguiamo l’itinerario che, attraversando i paesi della valle, ci conduce a Dietmansdorf, dove finalmente usciamo dalla trafficatissima strada principale e imbocchiamo la Radwangerweg. Lasciata l’area più densamente abitata, dove i paesi si alternano a piccole zone industriali, raggiungiamo una regione più tranquilla, caratterizzata da campi coltivati, boschi e fattorie. Il cinguettio degli uccelli sostituisce il rumore del traffico mentre corriamo all’ombra di alberi dalle ampie fronde che crescono lungo un rigagnolo ai margini della strada.
L’atmosfera è decisamente più rilassata e, nei pressi del Sulmsee, un piccolissimo lago che somiglia quasi a uno stagno, scorgiamo persino un campeggio. Non è una zona turistica, ma è sorprendente scoprire quanto gli austriaci amino le vacanze nella natura, al punto da realizzare aree di sosta attrezzate anche in luoghi meno conosciuti. Giusto il tempo di parlarne fra noi che, poco lontano, vediamo l’ultima salita della giornata.
Poche centinaia di metri per raggiungere Frauenberg, dove Schloss Seggau, un antico castello, è stato trasformato in un hotel di lusso. Ci attardiamo nei pressi di un altro edificio che sembra un castello abbandonato per fare il punto della situazione. Utilizziamo la nostra applicazione per verificare a che punto siamo dell’itinerario, ma non disdegno una verifica anche sulla cartina delle piste ciclabili ricevuta dall’ente del turismo.
Manca poco alla città di Leibnitz e infatti, dopo una breve discesa e aver attraversato un bellissimo parco urbano, raggiungiamo il centro. Decidiamo di acquistare un panino e una birra al supermercato per la pausa pranzo.
Ci sediamo su una panchina vicini a un ragazzino con la maglia dello Sturm Graz (la squadra di calcio più famosa della Stiria) che gioca con la bicicletta assieme ad un amico. Osserviamo con curiosità i palazzi che ci circondano. Leibnitz è il centro principale della regione vinicola della Stiria meridionale, famosa per i suoi paesaggi collinari, i vigneti e le cantine tradizionali. Il centro storico è ordinato, con piazze curate e edifici moderni affiancati a strutture storiche: una città che sembra davvero a misura d’uomo.
Dopo la pausa riprendiamo il viaggio sotto un sole cocente.
Lasciamo lentamente alle spalle Leibnitz e le sue piazze ordinate, entrando nell’ampia valle- che accompagna il corso del Mur.
Le colline vitate svaniscono dietro di noi e il paesaggio si distende: campi aperti, argini erbosi e il fiume che scorre poco distante, largo e tranquillo, come se dettasse il ritmo anche alle nostre pedalate.
Raggiungiamo il Mur e imbocchiamo la ciclabile che lo affianca.
Il tracciato è scorrevole, regolare, quasi ipnotico. Pedaliamo a lungo in silenzio, ciascuno immerso nei propri pensieri. Il fiume è una presenza costante: a volte lo intravediamo tra gli alberi, altre volte lo percepiamo soltanto, accompagnati dal fruscio dell’acqua e dal rumore uniforme delle ruote sull’asfalto.
Forse per il gran caldo, forse per la stanchezza accumulata, con Daniele concordiamo che questa parte dell’itinerario fatica ad entusiasmarci. È una ciclabile efficiente, razionale, che invita a macinare chilometri più che a fermarsi. Diversa da quella conosciuta l’estate scorsa verso Bruck an der Mur, più varia e sorprendente. Eppure, proprio in questa linearità, il viaggio assume un altro significato: meno scoperta, più continuità; meno stupore, più resistenza.
Ogni tanto il tracciato si discosta dal fiume per superare un ponte o aggirare una ferrovia, come nei pressi di una piccola stazione dove passiamo due volte sotto lo stesso viadotto. Sono brevi variazioni che spezzano la monotonia e ci ricordano che siamo ancora in movimento, diretti verso una meta ormai vicina.
Il pomeriggio avanza e il caldo si fa opprimente. A Werndorf ci fermiamo vicino a una fontana per riempire le borracce. Attraversiamo diversi paesi, ma l’ombra è rara e i locali sembrano sempre un po’ fuori portata. La ciclabile continua dritta, parallela al Mur, e la città sembra avvicinarsi con una lentezza esasperante.
Una piccola deviazione in corrispondenza della Süd Autobahn ci porta a lambire la scarpata dell’autostrada, dove crescono cespugli di more selvatiche. Ci fermiamo senza esitazione. I frutti sono caldi di sole, dolci e leggermente aspri: una pausa inattesa che ci restituisce energia e buonumore. Se siamo così vicini all’autostrada, pensiamo, allora Graz non può essere lontana.
Ripartiamo e, poco dopo, compare finalmente l’insegna di un biergarten. Lasciamo le biciclette a bordo strada e ci sediamo ai tavoli all’aperto. Una birra fresca arriva in pochi minuti, e non ricordiamo di averne mai desiderata una così tanto. Intorno a noi, sguardi curiosi incrociano i nostri: forse riconoscono quella stanchezza soddisfatta tipica di chi è arrivato quasi alla fine.


Gli ultimi chilometri scorrono più leggeri. Entriamo nella periferia di Graz attraversando quartieri residenziali ordinati, piste ciclabili ben segnalate e incroci pensati anche per chi viaggia lentamente. La città ci accoglie senza strappi, come se il passaggio dalla campagna all’ambiente urbano fosse una naturale prosecuzione del percorso.
Lungo le rive del Mur vediamo persone sdraiate al sole, gruppi di amici, famiglie che si godono il pomeriggio estivo. Il fiume, che ci ha accompagnati per ore in silenzio, diventa improvvisamente uno spazio condiviso, vivo.
Ancora qualche chilometro e raggiungiamo il centro storico: 86 chilometri percorsi, 420 metri di dislivello, e la sensazione netta di essere arrivati davvero.
Scendiamo dalle biciclette e ci fermiamo un momento. Graz è davanti a noi. Le vie lastricate, le torri e le facciate colorate raccontano una storia diversa da quella delle colline e dei boschi dei giorni precedenti, ma non in contrasto con essa. È come se il viaggio trovasse qui il suo naturale punto di raccolta.
Il giorno dopo avremo ancora qualche ora per perderci tra le vie della città, prima di prendere l’autobus delle ferrovie austriache che ci porterà a Klagenfurt, da dove in treno raggiungeremo Villach.
Dopo tre giorni di viaggio siamo un po’ stanchi, ma le nostre menti sono un vulcano di ricordi: ogni salita, ogni discesa, ogni incontro ha lasciato un segno. La bici, silenziosa compagna di avventure, riposa accanto a noi, e con lei il senso di libertà conquistata a forza di gambe e di attenzione al mondo intorno. Ci sediamo su una panchina della piazza, lasciando che l’ultimo sole del pomeriggio accarezzi i tetti della città.
Il viaggio è finito, ma il ricordo di questi giorni continuerà a pedalare con noi, con lo stesso ritmo lento e ostinato dei fiumi che ci hanno accompagnati fino a qui.
